Con l’avanzare dell’età, molti direttori o ex direttori di quotidiani italiani non si accontentano del già lungo disservizio offerto durante la loro fortunata carriera ma insistono nei tentativi (più o meno volontari) di confondere i lettori. Lo fanno però usualmente con citazioni molto colte. Di regola, almeno due o tre per decimetro di colonna. Che poi siano davvero utili, e soprattutto, efficaci, non importa. Piero Ostellino – direttore del Corriere della Sera dal 1984 al 1987 e attuale editorialista – nell’edizione di domenica scorsa del Corriere riesce a fare un record in questo e altri sensi. In una mezza colonnetta cita con disinvoltura una serie di opere monumentali e sei autori: Bernard de Mandeville, Adam Smith, Friedrich von Hayek, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Niccolò Macchiavelli e Luigi Einaudi. Una densità di circa 0,15 citazioni per centimetro quadrato. Il già astruso libretto d’istruzioni della mia motozappa raggiunge appena la densità di 0,04. Hayek nel suo paper più famoso del 1945 (“The use of knowledge in society”) molto meno.
Non avrei mai letto la sua ‘analisi’, non solo per questa ragione né perché ne avevo già lette altre di sue in passato, quanto per un titolo dalle allusioni indecentemente semplificatorie: “Negli alveari la felicità è sconosciuta”.
Un breve sommario attira però la mia attenzione. Inquadrato a mezza colonna con caratteri doppi rispetto al testo e un titolo rosso in grassetto, il breve sommario recita così:
“Spirito liberale – Perseguendo i loro interessi, gli uomini realizzano anche il bene comune”.
Con il sospetto che si stiano asserendo gli effetti di uno spirito liberista piuttosto che liberale, entro nell’articolo e leggo:
“In realtà il liberalismo, da Adam Smith a Friedrich von Hayek, non è una teoria dell’egoismo, bensì dei vantaggi della divisione del lavoro in una condizione di conoscenza dispersa.”
Continuo a non voler credere che un direttore del maggiore quotidiano italiano non conosca la distinzione tra liberalismo e liberismo. Vado avanti e leggo la storpiatura della famosa frase di Adam Smith, da sempre il manifesto del neo-liberismo economico:
“Il tornaconto del macellaio, del fornaio e del birraio di Smith – che ci forniscono il desinare non per benevolenza, ma per il loro tornaconto – non è egoismo, ma cooperazione in un contesto sociale in cui nessuno, teorizzerà Hayek, sa dove approdi la Storia, come vuole la concezione hegeliana del cammino della libertà, né lo sa una mente centrale, pianificatrice e dirigista, secondo la versione comunistica della liberazione del capitalismo.”
A questo punto, turbato, non ho più dubbi, Piero Ostellino, uno dei direttori del primo quotidiano italiano, non conosce la differenza tra liberalismo e liberismo.
Per scrupolo va considerata un’altra possibilità. Ostellino sa che la lingua italiana pone una distinzione tra liberalismo e liberismo: sa che mentre il primo è una teorizzazione politica che prevede di proteggere i diritti naturali di libertà dell’individuo, il secondo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello Stato dall’economia. Forse sa anche che la tesi della non-coincidenza tra liberalismo e liberismo trova un’ulteriore giustificazione nel fatto che nella prassi politica del XX secolo ci sono stati regimi liberisti da un punto di vista economico ma tutt’altro che liberali da un punto di vista politico (per esempio il Cile di Augusto Pinochet) mentre alcuni movimenti (come l’eurocomunismo) hanno sostenuto una visione economica collettivistica pur schierandosi per la salvaguardia dei diritti liberali.
Se così fosse, la semplificazione puramente propagandistica di Ostellino delle categorie di analisi che oggi più che mai richiederebbero la reintroduzione di un discorso sociale analitico, la completa assenza di una qualunque discussione sulla sovrapponibilità dei due termini, insieme al ricorso di frasi apodittiche (tipo questa: “La superiorità del liberalismo come teoria empirica della conoscenza sta tutta nel fatto che gli uomini – perseguendo razionalmente i propri ideali e i propri interessi – realizzano inconsapevolmente anche il bene comune.”), non sarebbe soltanto l’espressione di una pericolosa ignoranza, ma di una sua completa estraneità ad una dote in via d’estinzione, l’onestà intellettuale.
Ostellino, oltre a citare sommariamente Hayek, farebbe bene ad aggiornarsi anche sugli sviluppi della Scuola Austriaca. Una volta definito il brillante teorema sulla superiorità, in termini di conoscenza collettiva, di una società auto-organizzata rispetto ad una pianificata, lo stesso Hayek, e con lui tutta la scuola austriaca, afferma che il confine tra stato e mercato va definito tramite la necessaria reintroduzione di un “discorso sociale” (“gesellschaftlichen Diskurs”[1]). In questo senso l’auto organizzazione degli spazi collettivi – sia che riguardi le regole spontanee delle comunanze pastorizie contadine o le future leggi globali sulla speculazione finanziaria – non comporta nessuna limitazione di libertà.
Il problema non è fare propaganda per la libertà del mercato o contro l’oppressione dello stato, quanto quello molto più sottile e complesso di reintrodurre l’analisi della misura nel discorso sociale. Lei, direttore non ci aiuta.

Condivido e apprezzo lo sforzo, che qui vedo all’opera, di proseguire il discorso di critica e di metodo avviato nel post precedente sulla distruzione creatrice. Credo anche io che Ostellino non possa non sapere, non fosse altro perché, almeno nella sua generazione, la distinzione tra liberismo e liberalismo, per essere stata ripresa da Croce, doveva essere ancora pane quotidiano della formazione scolastica di tutti. Ma si sa, non di solo pane vive l’uomo.
Posso immaginare che ci sia disonestà intellettuale, la quale è, comunque, una forma di legittimazione della disonestà reale. E basta vedere dove è stata spinta negli ultimi venti anni l’Italia come Stato e cosa pubblica per cogliere plasticamente quanto sia salda e diffusa quell’alleanza di disonestà.
I temi sollevati dal post sono così tanti, ma volevo terminare il mio commento con una mia traduzione in italiano del brano, da cui PaoloSeri ha tratto la citazione in tedesco della nota 1: oltre a essere un contributo alla piena comprensione del punto toccato da PaoloSeri, mi pare anche una buona base di discussione e riflessione ulteriori sui temi che ci stanno interessando.
„‘Progresso‘ economico può significare per ciascuno qualcosa di diverso: per es. più soldi, rispettivamente più sicurezza professionale o più garanzie sociali, più tempo libero e meno stress professionale, ovvero una migliore assistenza sanitaria e un ambiente pulito e pacifico. Tutti questi desideri hanno qualcosa in comune. Essi costano qualcosa. Non semplicemente perché, nonostante il progresso, le nostre possibilità sono costantemente limitate, bensì anche perchè ‚progresso‘ per alcuni (per es. più elevata produttività) può significare ‚regresso‘ per altri (per es. nella forma di perdita di posti di lavoro). Dobbiamo pertanto soppesare dove vogliamo porre le priorità. Per la coesione della società civile, è necessario che la scelta delle priorità trovi un ampio sostegno. Non solo là dove deve venire decisa politicamente, bensì anche là dove noi la operiamo tramite il nostro comportamento di mercato: le due cose devono essere compatibili. Prima di tutto, abbiamo bisogno a riguardo di un discorso sociale. Oltre a ciò, ci sono segnali che la semplice equazione crescita dell’economia = progresso, che è valsa nel passato per molti, non sarà più realizzabile così facilmente. Come devono essere, dunque, distribuiti i pesi?“
Grazie mille Mario!! in effetti avevo tagliato malamente la citazione nella fretta e mi sono anche scordato di mettere la fonte, che è questa:
http://fortschrittszentrum.de/veroeffentlichungen/2010-02_Interview_Witt
La tua traduzione è impeccabile anche nei termini tecnici! Io di sicuro non avrei saputo far di meglio, ma nemmeno un economista bilingue! Sei davvero il migliore!
Ovvio che Ostellino conosce la distinzione tra i due termini, ma preferisce sovrapporli e semplificare…
Forse tu sai qualcosa di più di me su questa pagina di WIki che riporta diverse termini tedeschi per definire diversi concetti di libertà: http://de.wikipedia.org/wiki/Freiheit …
Mi chiedo quanto la distinzione tra liberale e liberista fosse davvero chiara nella scuola austriaca (in Hayek in particolare), come tu sembri implicitamente sostenere. Dubito, ma mi piacerebbe avere chiarimenti a questo riguardo. Credo, invece, che questa distinzione fosse chiara per Keynes: si professava un “liberal” (cfr. “am I a liberal?”) e allo stesso tempo rigettava il liberismo. Non credo, comunque, che tu possa dire che UW faccia parte della “scuola austriaca”. Sicuramente è stato influenzato dal pensiero di Schumpeter e Hayek, ma anche da Veblen e Georgescu-Roegen, due pensatori sicuramente avversati dagli austriaci. Bel post comunque. Grazie.
Witt è sicuramente un Hayekiano tendenzialmente liberista, ha un sacco di contributi su riviste e libri dell’austrian school of economics, tra cui un suo articoo abbastanza esplicito su “The Elgar Companion to Austrian Economics”. Nei primi anni del mio dottorato i richiami erano spesso espliciti, poi col tempo, la vecchiaia e la saggezza si è stemperato… Ricordo tra l’altro una discussione tra lui e Calafati in cui quest’ultimo sosteneva di essere d’accordo con tutta l’impostazione di W. ma di non riuscire a conciliarsi con la sua impostazione liberista… poi credo anch’io che W sia uno dei pochi esempi di una posizione di destra illuminata e progressista… Schumpeter comunque non lo sopporta!
persona complessa comunque il nostro Ulrich, su questo son pienamente d’accordo con te, ed è proprio per questo che ci piace, no?